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Sunday, June 14, 2026

Tosca - Teatro Regio di Torino (2 cast)

Credit foto: Daniele Ratti – Mattia Gai

Renzo Bellardone

Questa volta racconto un fatto personale! Tanti, ma proprio tanti anni fa, ai tempi della rivoluzione studentesca culturale del ‘68 non ascoltavo né musica sinfonica, nè lirica … per il solo fatto che era ascoltata dai miei genitori e nonni, quindi per contrapposizione generazionale! Contrapposizione che si è sciolta ascoltando dall’autoradio estraibile  Franco Corellli nel ‘Lucean le stelle’.. dalla Tosca di Puccini e con la musica lirica fu... AMORE A PRIMA VISTA!

 TOSCA – Teatro Regio Torino – 13 giugno 2026 Musica di Giacomo Puccini, Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, tratto dal dramma La Tosca di Victorien Sardou. Andrea Battistoni direttore d'orchestra. Stefano Poda regia, scene, costumi, coreografia e luci. Paolo Giani Cei regista collaboratore Claudio Fenoglio maestro del coro di voci bianche Gea Garatti Ansini maestro del coro Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino Nuovo allestimento Teatro Regio Torino. In coproduzione con Аbау Kazakh National Ореr Ekaterina Sannikova Floria Tosca Vincenzo Costanzo Mario Cavaradossi Claudio Sgura Scarpia Matteo Torcaso Il sagrestano Daniel Umbelino Spoletta Igor Durlovski  Cesare Angelotti Eduardo Martínez Sciarrone Lorenzo Battagion   Un carceriere Roberto Calamo             

Tosca è  un’opera lirica poeticamente feconda di arie divenute celebri ed amate in tutto il mondo! Chi non conosce ed ama «Recondita armonia», «Vissi d’arte», «E lucevan le stelle»? Come racconta lo stesso visionario realizzatore scenico in toto -regia, scene,costumi, luci, coreografia- ovvero il Premio Abbiati 2023 Stefano Poda, Tosca è ambientata tra il dualismo fra il settecento ormai decadente e l’ottocento dalle grandi speranze di rinnovamento civile e sociale in una romanità fatta di marmi e simbolismi. Alla presentazione di questa edizione di Tosca,  il Polo culturale Marengo con l’Unione giornalisti e i Comunicatori europei hanno consegnato a Poda ed al direttore musicale del Regio di Torino Andrea Battistoni, la Medaglia di Marengo a evidenziare il legame storico tra il libretto di Illica e Giacosa  e la vittoria di Napoleone alla Mattaglia di Marengo il 14 giugno 1800. Il capolavoro pucciniano nell’arte di Stefano Poda in collaborazione con Paolo Giami Cei, diviene, se possibile, ancora più capolavoro, riuscendo con essenzialità a creare spettacolarità e visualizzare il dialogo tra un passato recalcitrante a finire   e la contemporaneità che paga cari prezzi per realizzarsi; viene data una chiave di lettura affascinante e coinvolgente che trasporta lo spettatore in un mondo cognitivo ed al tempo stesso pura emozione travolto da una realizzazione spettacolare ed attrattiva sospesa in una costruzione impalpabile seppur definita. La  Roma pontificia con una feroce polizia che reprime e sopprime i seguaci di Bonaparte e i loro sostenitori e collaboratori,  è palcoscenico di un giallo storico ricco di colpi di scena amplificati dalla musica di Puccini che esalta ogni singolo personaggio ed offre ad ogni interprete la possibilità di esprimere vocalità e sentimento in unicum esaltante.Venendo a qualche dettaglio possiamo individuare al primo atto le teche delineate solo dai bordi illuminati con Santi e Madonna sovrastati da ologrammi classici tridimesionali  in continuo avvicendamento, sempre  rigorosamente bianchi  per interrompere con classe e maestria l’uniformità del colore grigio nelle varie tonalità ed il marmo dei palazzi romani. Interessante la sintonizzazione tra i toni più bassi dell’orchestra con il colpo di cannone a fuoco. Nel secondo atto spicca il Papa re che con cenni di direzione d’orchestra e coro, con paludamenti preziosi sovrasta la scena ad imperare su tutto quando gli sottostà. All’ultimo atto interessante l’ologramma della sola ala bianca dell’angelo a simboleggiare l’intero palazzo e...colpo di teatro Tosca non si butta dal Castello, ma è una parete del castello che cade (crollo dell’epoca e del sistema…) lasciando Tosca da sola in piedi: sola, ma vincitrice! Ancora un apprezzamento per i vari piani di scena sapientemente utilizzati per  l’architettura dei vari momenti, la cappella degli Attavanti,  la prigione e la fucilazione che hanno contribuito a circoscrivere con definizione i vari momenti e ambientazioni della narrazione. Una menzione ai costumi di grande cura ed attenzione, come per le guardie pontificie che indossano uniformi replicanti i colori clericali, il nero e il rosso creando una comunicazione filologica che coinvolge anche visivamente lo spettatore.. Ottimi i movimenti coreografici sempre improntati alla eleganza di movimento e all’impreziosimento della realizzazione.Un plauso ai cori di livello superbo e unicum con il tutto. Altro plauso all’orchestra ed al suo direttore musicale Andrea Battistoni che insieme traggono momenti di assoluta liricità e di estrema bellezza: commovente partecipazione e fuoco di emozioni. Venendo al cast: Katerina Sannikova,  elegante ed accorata Floria Tosca, commuove facendo rivivere la passione in tutto l’arco di colori, dal più passionale, al più cupo raggiungendo livelli vocali e scenici di tutto risalto insieme a Vincenzo Costanzo fieramente interprete di Cavaradossi. Scarpia, il potente sconfitto ed ucciso ‘da una donna’ è superbamente reso da Claudio Sgura in eccellente forma. Per semplicità e sintesi possiamo elogiare i vari interpreti ovvero Daniel Umbellino, Igor Durlovski, Eduardo Martinez, Lorenzo Battagion e Roberto Calanno. Tutti in ruolo e ben inseriti nell’azione scenica. In Tosca il coro ha ruolo determinante e non possiamo che applaudire Claudio Fenoglio maestro del coro di voci bianche e Gea Garatti Ansini maestro del coro. La Musica vince sempre!



Sunday, April 7, 2024

La Fanciulla del West en Lyon


 
Fotos: Jean-Louis Fernandez

Ramón Jacques

Como tercer título del festival operístico de primavera que presento la Ópera de Lyon, en su edición del 2024,  porque se asemejaba a la temática de las  cartas  – hay que recordar que Minnie utiliza las cartas y revolver en mano para quedarse con el bandido Dick Johnson - al igual  que las otras dos obras ofrecidas a lo largo de un mes, como también para homenajear al compositor Giacomo Puccini (1858-1924)  en el centésimo aniversario de la muerte del compositor se puso en escena, por primera vez en el escenario de Lyon,  una de sus óperas menos representadas y populares en la actualidad: La Fanciulla del West, opera en tres actos con libreto de Guelfo Civinini y Carlo Zangarini basada en la obra The Girl of the Golden West de David Belasco.  Cabe señalar que después del estreno de Madame Butterfly en 1904, Puccini se encontraba sin un libreto en el cual trabajar, por lo que decidió explorar el tema de una historia que ocurría del otro lado del Atlántico, cuyo estreno se realizó precisamente fuera de Europa, en Nueva York el 28 de julio del 2010.  La puesta en escena de esta obra presenta varias dificultades tanto en la parte orquestal, como en la vocal que requiere una extensa lista de cantantes, encabezada por tres sobresalientes cantantes y una puesta en escena coherente y acorde a la historia y el lugar donde se desarrolla la historia.  Lamentablemente, parece que, desde el punto de vista de los directores escénicos europeos, la trama continúa considerando como una historia exótica, lejana, y en la mayoría de los casos es aborda de una manera irónica, desinteresada, incluso desinformada. (recuerdo una producción en la Scala hace algunos años que de manera equivocada utilizaba imágenes del desertico Monument Valley para representar el viejo oeste, cuando este se ubica en el límite de los estados de Utah y Arizona, no en California).  En esta ocasión nos encontramos frente a la producción escénica de la Tatjana Gürbaca, quien destaca como fortaleza haber trabajo y montado obras con personajes femeninos vigorosos y con carácter como: Jenůfa, Katja Kabanova, Carmen y Salomé, como lo es Minnie abordando la ópera de Puccini con una mirada contemporánea.  Su puesta en escena parece no convencer completamente, ya que trabajo en un espacio reducido, ideado por Marc Weeger, que consiste en una plataforma giratoria, donde se amontonan todos los personajes, que caminan inexplicablemente sobre una pasarela, que representa también la barra de un bar.  Del otro lado de la plataforma, en un espacio vacío aparece lo que simula ser la casa de Minnie.  En un trabajo, arduo, conceptual, y de mucha sobreactuación. Los vestuarios no son tampoco el fuerte de esta producción, ya que están cargados de estereotipos en la manera que caracterizan a los indígenas americanos, a los mineros, y personajes como Jack Rance que utiliza un enorme abrigo, o los extravagantes y brillantes vestuarios dorados, poco lucidores creados por Dinah Ehm para el personaje de Minnie.  La iluminación de Stefan Bolliger, fue adecuada, y por momentos su manejo de los claroscuros o un color entre amarillento y color sepia daban la impresión de que la escena se trataba de una transmisión cinematográfica antigua.  En resumen, se trató de una ocasión perdida con un montaje que no logró convencer o agradar completamente. En la parte vocal, sorprendió la soprano Chiara Isotton, quien cantó de manera sobresaliente al arduo papel de Minnie, con vigor fortaleza, una voz clara de buen timbre y color, y admirable y segura proyección de las notas más agudas que le permitió la partitura.  Una artista muy completa que supo darle carácter y nobleza y convicción al personaje.  El tenor Riccardo Massi, cantó con voz de buena proyección, cálida, vigorosa y corpulenta que supo manejar muy bien, a pesar de lucir algo estático en escena.  Por su parte el barítono Claudio Sgura, personificó un enérgico y maléfico, por momentos algo sobreactuado Jack Rance, con un desafortunado vestuario y abrigo como ya se mencionó, pero que vocalmente cumplió de manera satisfactoria en su rendimiento vocal, cantando con brío y profundidad.  Buen desempeño tuvo el coro del teatro, que dirige Benedict Kearns, y correctos y participativos estuvieron en sus desempeños individuales y en conjunto, la larga lista de cantantes que conforman el elenco como: el bajo Rafael Pawnuk como Ashby, el barítono Allen Boxer como Sonora, el notable barítono chileno Ramiro Maturana en el papel de Bello, el tenor Robert Lewis como Nick, el bajo Matthieu Toulouse como Sid, y la mezzosoprano Thandiswa Mpongwana que personificó a Wowkie, así como correctos estuvieron el resto de los demás intérpretes. Una de las fortalezas de este teatro se encuentra en su orquesta, que tuvo un sobresaliente desempeño bajo la  emocionante conducción de su titular el maestro Daniele Rustioni, que el día anterior había conducido de manera notable la Dama de Picas, y que fue capaz de cuidar y resaltar todas las sutilezas y matices que ofrece la partitura logrando contagiar a los músicos y emocionando al público presente.



Monday, November 28, 2016

Sansone e Dalila – Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

Camille Saint-Saëns dichiarò “senza Liszt, Samson non esisterebbe” e se lo dichiarò l’autore stesso c’è da crederci, ma influenze lisztiane o no, ‘Samson et Dalila’ resta una imponente composizione che certamente incanta chi conosceva Saint-Saëns solo per il caleidoscopico ‘Carnaval des animaux’,  per i sei preludi e fughe per organo piuttosto che per i crescendo della  Danse macabre.  Nella realizzazione vista il 26 novembre al Regio di Torino bisogna essere altezzosamente supponenti per individuare punti di debolezza, infatti l’insieme è ai massimi livelli: risulta addirittura arduo dare delle priorità nel raccontarla, tanto da voler seguire la scaletta proposta dalla locandina. Dalila: Daniela Barcellona ai vertici timbrici e comunicativi risulta suadente e poetica nel canto d’amore e spregiudicata nella condanna; la sua presenza in scena è sempre una garanzia con l’unico neo che –tristemente per il pubblico – le sue apparizioni sui palchi italiani sono davvero poche (ricordo però la splendida interpretazione ne ‘I troiani’ alla Scala). Nella splendida dimora ricca di cristalli rilucenti, Dalila/Barcellona si muove da regina, affascinando  per il bel colore e la gradevolezza vocale. Sansone è interpretato dall’inossidabile Gregory Kunde (protagonista anche lui nei ‘Troiani’ alla Scala). Le sue prestazioni vocali sono ormai mito e  riferimento. Voce sempre ferma in una linea di canto inalterata: il tono drammatico viene esaltato dalle profonde colorazioni brunite che sfiorano il baritonale. Claudio Sgura, profondo baritono, interpreta Dagon con voce magnificamente  possente e timbricamente rilevante; Sgura, completamente nel ruolo, riesce a trasmettere veramente molto all’ascolto. Notevoli  Andrea Comelli, Sulkhan Jaiani, Roberto Guenno, Cullen Gandy e Lorenzo Battagion, nei rispettivi ruoli. Pinchas Steiberg in questa armoniosissima quanto autorevole  direzione, diventa estrattore di note belle e colorate. In piena sintonia con i professori in buca trae momenti di intensa seppur soffusa poesia, quanto di sanguigno furore. Sempre ai massimi livelli il coro che fin dalla prima scena diventa protagonista: il coro è diretto da Claudio Fenoglio La globale messa in scena viene firmata da un ispirato Hugo de Ana che utilizza le masse non per riempire il palcoscenico, come talvolta si avverte, ma per creare situazioni di forte impatto come nella scena finale della distruzione. I colori, essenza della scenografia, sono un ‘piazzato’ grigio metallico e rilucente, contaminato con prepotente sagacia di blu, azzurro e colori moderni quali il lilla stemperato di violet. Le luci sapienti di Vinicio Cheli fanno brillare lance e spade oltre che vibranti rilucenti cristalli. Una nota di forte marcatura va sia alle contemporanee proiezioni Video di Sergio Metalli che mantengono costante il movimento scenico, quanto alle coreografie di Leda Lojodice che non teme i nudi in scena, ma che li utilizza artisticamente e con grande eleganza. La Musica vince sempre. 
Nota fuor di scena: abitualmente ed ancor più quando ho rapporti di conoscenza (in questo caso di sincera amicizia e  stima reciproca) a fine rappresentazione scendo nei camerini per un saluto agli artisti; in questo caso mi è stato impossibile in quanto era talmente lunga  la coda in attesa, che il teatro ha deciso di revocarne la possibilità, indirizzando all’uscita artisti. Per inderogabili impegni di li a qualche ora, ho dovuto mio malgrado rinunciare ad una prevedibile  lunghissima attesa. Credo sia la prima volta che mi succede ! Questo a dimostrazione di quanto il pubblico abbia apprezzato e quanto fossero veri gli applausi tributati.

Tuesday, May 24, 2016

La Fanciulla del West de Puccini en el Teatro alla Scala de Milán

Foto:Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

La Fanciulla del West vuelve a la Scala después de más de veinte años.  Pero en esta ocasión se trata de una novedad absoluta en el plano musical,  ya que Riccardo Chailly, atraído siempre por la música de Puccini –en los próximos seis o siete años tiene previsto ejecutar todas las operas del compositor  toscano – su investigación sobre las partituras originales es incesante.  A propósito de Fanciulla,  Chailly descubrió que en el estreno americano de la obra  dirigido por Toscanini se hicieron cientos de cambios más o menos considerables respecto a la composición original.   Por ello, el director musical de la Scala decidió proponer al publico justo esa versión  que nunca antes había sido escuchada, así como Puccini la compuso.  Fue la dirección de Chailly el elemento distintivo de esta ejecución, siempre atenta al detalle, al color instrumental y de paso altamente teatral.  Chailly concertó con gran precisión y transparencia y la Orquesta del Teatro alla Scala lo siguió con gran entusiasmo, con el también que contagió al público y naturalmente al elenco que fue en general confiable.  Barbara Haveman, quien sustituyó de último minuto a la Minnie titular (Eva-Maria Westbroeck), cantó con discreta seguridad aunque sus agudos no parecieron estar siempre a punto.  Mejor estuvo el Dick Johnson de Roberto Aronica, solido y robusto como completo en el fraseo.  Lo mismo se puede decir del Sheriff de Claudio Sgura,  que quizás por momentos fue un poco violento. Muy bien estuvieron todos los comprimarios, pero el que destacó fue  Carlo Bosi un Nick cantado con voz nítida, redonda y bien proyectada; y en una noche de gracia estuvo el coro dirigido magistralmente por Bruno Casoni. El espectáculo fue cuidado en primera persona por el director canadiense Robert Carsen (quien se ocupó también de la escenografía y las luces) el cual evidenció al alma cinematográfica del libreto sobre el que está basado el drama de David Belasco. Todo muy legible con inserciones de video obtenidos de celebres películas del oeste.  

La Fanciulla del West - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brecia& Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

La Fanciulla del West torna alla Scala dopo più di vent’anni. Ma questa volta si tratta di una novità assoluta sul piano musicale. Riccardo Chailly da sempre tiene molto alla musica di Puccini - nei prossimi sei/sette anni è in previsione l’esecuzione di tutte le opere del compositore toscano – e la sua indagine sulle partiture originali è instancabile. Chailly ha scoperto, a proposito di Fanciulla, che alla première americana diretta da Toscanini furono fatti addirittura un migliaio di cambiamenti più o meno grandi rispetto alla stesura originaria. Quindi il direttore musicale della Scala ha deciso di proporre al suo pubblico proprio questa versione mai ascoltata, così come Puccini l’aveva composta. E la direzione di Chailly è stata l’elemento distintivo di questa esecuzione, sempre attenta al dettaglio, al colore strumentale e di passo altamente teatrale. Chailly ha concertato con grande precisione e trasparenza, e l’Orchestra del Teatro alla Scala lo ha seguito con grande entusiasmo, un entusiasmo che ha contagiato anche il pubblico e naturalmente il cast, un cast attendibile nel complesso. Barbara Haveman, che ha sostituito all’ultimo momento la Minnie titolare (Eva-Maria Westbroeck), ha cantato con discreta sicurezza anche se gli acuti non parevano bene a fuoco. Meglio il Dick Johnson di Roberto Aronica, saldo e robusto, e anche abbastanza rifinito nel fraseggio. Come pure si può dire per lo sceriffo di Claudio Sgura, forse talvolta un po’ brutale. Molto bravi tutti i comprimari, fondamentali per la riuscita di un’opera corale come questa. Su tutti Carlo Bosi, un Nick cantato con voce nitida, rotonda e ben proiettata, e in serata di grazia il Coro  diretto magistralmente da Bruno Casoni. Lo spettacolo è stato curato in prima persona dal regista canadese Robert Carsen (che si è occupato anche delle scene e delle luci) il quale ha evidenziato l’anima cinematografica del libretto tratta dal dramma di David Belasco: tutto molto ben leggibile con inserti video tratti da celebri film western.

Wednesday, January 26, 2011

Pagliacci y Cavalleria Rusticana en el Teatro alla Scala de Milan

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala

Renzo Bellardone


PAGLIACCI

Celos y verismo, por lo tanto sentimientos y realidad, son los ingredientes de la puesta en escena de Mario Martone quien utilizando la táctica del teatro en el teatro logró fundir en una misma, la realidad de la platea con la realidad del escenario. Pagliacci se inició levantándose el telón, para ver en escena las escenografías de Sergio Tramonti, que se situaban en una periferia suburbana, bajo un puente, con tierra, hierbas y señales del paso de automóviles, todo en malas condiciones: así fue presentada la escena al público. Se cerró nuevamente la cortina mientras la música tomaba cuerpo bajo el preciso y amplio gesto de Daniel Harding, quien afrontó con respeto ambas partituras italianas, y se escuchó ‘Si può, si può…’ el prologo que por si presenta la opera. Alberto Mastromarino, en el papel de Tonio, compensó poéticamente y con caricaturesca gestualidad su discontinuidad vocal, mientras perdía el tiempo tocando el tambor en busca de la claridad en el sonido. Para cuando hizo su entrada José Cura, en el papel de Canio el payaso, se pudo apreciar la impecable uniformidad del coro dirigido por el maestro Bruno Casoni. La acción se desarrolló sobre un escenario que parcialmente cubría el foso de la orquesta, y llegaba hasta la primera fila de butacas, parcialmente ocupada por cantantes y artistas que cada tanto subían y bajaban del escenario en una continua interacción con la platea, delineando que en una opera verista, y como casi siempre sucede, la representación escénica no se distancia tanto del mundo real del que proviene su inspiración. De esta manera, la declaración de amor de Tonio a Nedda, interpretada por la convincente Kristine Opolais, desde el punto de vista actoral y vocal, se convirtió en una escena violenta o casi un intento de opresión sexual.
El personaje de Canio, interpretado por Cura, que hizo llegar al corazón todos los sentimientos del ‘Vesti la giubba’ con firmeza interpretativa, se contrapuso a Gabriele Viviani, que en el papel del Silvio, su rival de amores, mostró un buen desempeño en su canto y en escena. Muy convincente estuvo el Arleechino de Celso Albelo que pudo caracterizar y delinear su personaje a pesar de su corta aparición. Los payasos, como los definían los actores y los circos itinerantes hacia finales de los años 60, entraron a escena en una caravana y en autos de época, en una zarabanda de acrobacias y sonidos como efectivamente se hacia a la usanza, enfilándose hacia el centro de la ciudad para atraer al publico para pagar su entrada y asistir a la representación que en “I Pagliacci” concluye trágicamente con el asesinato de Silvio por parte de Canio, que en esta puesta en escena, el delito de rabia, de celos y de honor, ocurrió en la sala, en medio de un publico que nota la tensión y vive la agresión realizada bajo el podio del director y donde el muerto es pisado y abandonado por el asesino que se aleja exclamando ‘La commedia è finita’

CAVALLERIA RUSTICANA
La escena completamente vacía, comienza a construirse por cantantes que mano a mano van haciendo su entrada en el escenario, llevando cada uno su propia silla, elemento de continuidad de dirección con la opera precedente, en la que la silla, violentamente aventada por Canio, representa el objeto sobre el cual se debe descargar la propia rabia y la desilusión. En esta puesta, la silla tiene diversos significados: ya que se convierte en un medio de conquista cuando se acomoda en dos filas en el interior la iglesia, que simboliza el lugar de la pureza, de la justicia y de la recompensa que no se puede obtener por casualidad sino por medio de la propia construcción personal (como llevar cada quien su propia silla). Se convertirá en el lugar de confidencia y para pedir socorro, no solo espiritual de parte de Santuzza, que fue bien interpretada por una puntual, eficaz y muy aplaudida Marianne Cornetti, que voltea hacia Elena Zilio, quien en un negro luctuoso, hasta el fin de su primera aparición, realizó la brillante interpretación de una atormentada, resignada y desesperada mama Lucia que conmovió al publico. La silla se convirtió en una plaza cuando todas fueron acomodadas en círculo durante el brindis cantado por el Turridu del joven tenor Yonghoon Lee, un agradable descubrimiento por su entonación en el fraseo claro y cargado de emotividad. Junto a una barca a la derecha, y sentada en una silla con las piernas estiradas, casi como una insolente Carmen, Giuseppina Piunti creó el personaje de Lola con habilidad artística y sin guardarse vehemencia interpretativa y de emisión vocal. El personaje de Alfio fue bien descrito por el seguro barítono Claudio Sgura que al final de sus primeras notas recibió el consenso de un público siempre atento y generalmente severo. La atmosfera siciliana se realizó delante de la primera fila de sillas que aventó un agitado Alfio, mientras un grupo de hombres sentados observaban silenciosamente, y con la simulación de la muerte del cordero de pascua que dejó a la vista una inquietante e inexorable mancha de sangre en el centro del escenario, donde permaneció todo el tiempo, aun durante la misa de la vigilia premonitoria, acrecentando las ansias de la espera y, como símbolo profético, para marcar el territorio que se convierte en testimonio del delito de honor. La sangre, se encuentra también en el centro del dialogo entre un dolorido Turridu, que cantando con el llanto en el corazón le confía a una quebrantada mama Lucia el presagio de su propio destino y el de su amada Santuzza. El coro se reafirmó incondicionalmente en los vértices de la excelencia así como la orquesta dirigida por un impecable Harding que supo delinear el verismo ahí contenido, sin caer en la rutina a la que se acostumbró en algún momento al publico, logrando resaltar puntualmente los momentos de gran lirismo y conmoción, y manteniendo la escena con la óptica de un logro profesional para todas las partes. El público, aun el más desencantado, presenció con ansias la maldición de Santuzza a Turriddu. ‘A te la mala Pasqua’ y el grito final de las dos habitantes del pueblo ‘Hanno ammazzato compare Turiddu” La dirección orquestal sobresalió y conmovió. ¡La música siempre vence!

Pagliacci e Cavalleria Rusticana: Ovvero il dramma della gelosia in scena alla "Scala di Milano"

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala
Renzo Bellardone

PAGLIACCI

Gelosia e verismo, quindi sentimento e realtà sono gli ingredienti dell’allestimento di Mario Martone che utilizzando l’espediente del teatro nel teatro riesce a fondere la realtà della platea con la realtà del palcoscenico in un solo insieme. Pagliacci inizia con l’apertura del sipario dove le scenografie di Sergio Tramonti rimandano ad una qualunque periferia suburbana, sotto ad un cavalcavia; a terra erbacce e segni di passaggi d’auto, una malandata roulotte: la scena è stata presentata al pubblico. Si richiude il sipario mentre la musica prende corpo sotto il gesto preciso ed ampio di Daniel Harding che affronta con rispetto questi spartiti italiani. ‘Si può, si può…’ il prologo ‘da sol si presenta’ , annunciando l’opera; Alberto Mastromarino nei panni di Tonio si pone poeticamente compensando così qualche discontinuità vocale e con gestualità caricaturale, diventa brillante mazziere che batte il tempo della grancassa restando alla ricerca della rotondità del suono. Quando entra José Cura nei panni di Canio il pagliaccio, si è già avuto modo di appezzare l’impeccabile uniformità del coro diretto dal Maestro Bruno Casoni. L’azione si svolge su un palco che parzialmente sovrasta la buca dell’orchestra sopravanzando fino alla prima fila di platea, parzialmente occupata da cantanti ed artisti che di volta in volta salgono e scendono dal palco in una continua interazione tra palco e platea a sottolineare che in un’opera verista, ma credo quasi sempre, la rappresentazione scenica non si distanzia dal mondo reale da cui peraltro attinge tutte le ispirazioni. Così la dichiarazione d’amore di Tonio a Nedda , interpretata dalla convincente, sia attorialmente che vocalmente Kristine Opolais, diventa una scena violenta, quasi il tentativo di sopraffazione sessuale. Il personaggio di Canio è interpretato da Cura, che fa arrivare al cuore tutti i sentimenti del ‘Vesti la giubba’; con fermezza interpretativa si contrappone poi a Gabriele Viviani che, nei panni del rivale in amore Silvio, dà una buona interpretazione vocale e scenica.
Molto convincente l’Arlecchino di Celso Abelo che riesce a caratterizzare e tratteggiare il suo personaggio pur in poche battute. I saltimbanchi, come venivano definiti gli attori ed i circensi itineranti fino agli anni ‘60, arrivano qui con carrozzoni ed auto d’epoca, in una sarabanda di acrobazie e suoni così come era effettivamente usanza sfilare per il centro cittadino ad invogliare il pubblico ad entrare poi alla sera sotto il tendone e pagare il biglietto per assistere alla rappresentazione che ne ‘I Pagliacci’ finisce tragicamente con l’uccisione di Silvio da parte di Canio ed in questa messa in scena il delitto di rabbia, di gelosia e d’onore avviene in sala, in mezzo ad un pubblico che avverte la tensione e vive il delitto compiuto sotto al podio del direttore dove il morto ammazzato viene scavalcato ed abbandonato a terra dall’assassino che si allontana esclamando: ‘La commedia è finita’

CAVALLERIA RUSTICANA

La scena completamente sgombra, viene costruita dai cantanti man mano che arrivano sul palco, portandosi ciascuno la propria sedia, elemento di continuità registica con l’opera precedente dove, scagliata violentemente da Canio,la sedia rappresentava l’oggetto su cui scaricare la propria rabbia e le proprie delusioni. Qui la sedia ha diverse valenze: diventa mezzo di conquista quando viene disposta in due ordini all’interno della chiesa, che simboleggia il luogo della purezza e della giustizia e della ricompensa che non si può ottenere per caso ma solo con la propria personale costruzione (il portarsi la sedia). Diventerà il luogo di confidenza e di richiesta di soccorso non solo spirituale da parte di Santuzza, convincentemente interpretata da una puntuale, efficace ed applauditissima Marianne Cornetti, quando si rivolge a Elena Zilio che ‘in nero luttuoso’ fin dalla prima apparizione, rende brillantemente nei panni di una tormentata, rassegnata e poi disperata mamma Lucia che commuove il pubblico. La sedia diventa piazza quando tutte vengono tutte disposte a cerchio per il brindisi inneggiato da Turiddo ovvero il giovane tenore Yonghoon Lee piacevole scoperta sia nell’intonazione che nel fraseggio chiaro ed intriso di emotività. Giunta dalla barcaccia di sinistra, sedutasi poi su una sedia, a gambe divaricate quasi come una sfrontata Carmen, Giuseppina Piunti crea il personaggio di Lola con abilità artistica non lesinando veemenza interpretativa ed emissione vocale. Il personaggio di Alfio è ben descritto dal sicuro baritono Claudio Sgura che fin dalle prime note riceve i consensi di un pubblico sempre attento e sovente severo. L’atmosfera siciliana si realizza attraverso il barbiere davanti al primo ordine di palchi che rade un irrequieto Alfio, un gruppo di uomini che seduti osservano silenziosi, e con la simulazione dell’uccisione dell’agnello pasquale che lascia inesorabilmente una vistosa ed inquietante macchia di sangue al centro del proscenio, dove resterà per tutto il tempo –anche durante la messa della vigilia premonitrice- ad accrescere l’ansia dell’attesa e, simbolo profetico, a marcare il territorio che diventerà testimone del delitto d’onore. Il sangue è anche al centro del dialogo tra un accorato Turiddo che cantando con il pianto nel cuore affida alla struggente Mamma Lucia il presagio del proprio destino e quello dell’amata Santuzza. Il coro si riafferma incondizionatamente ai vertici dell’eccellenza così come pure l’orchestra diretta da un impeccabile Harding che sa sottolineare il verismo dei contenuti senza indulgere in consuetudini a cui era avvezzo il pubblico di un tempo, riuscendo puntualmente a far risaltare i momenti di grande liricità e commozione sostenendo il palco con l’ottica professionale della riuscita dell’insieme. Il pubblico, anche il più disincantato, attende con ansia la maledizione di Santuzza a Turiddu ‘A te la mala Pasqua’ e l’urlo conclusivo urlato dalle due popolane ‘Hanno ammazzato compare ‘Turiddo’ : la direzione orchestrale non ne ha tralasciato una commossa evidenziazione. La musica vince sempre!

Tuesday, August 31, 2010

Judithas Triumphans - Attila - Sferisterio Opera, Macerata

Foto: Nmon Ford (Judithas), Maria Agresta (Attila)

Juditha trionfa, Attila no.
Teatro Lauro Rossi - prova generale

Giosetta Guerra

Nei due allestimenti di Massimo Gasparon (belli da vedersi per la luminosità e l’eleganza dell’ambientazione, dominata dal candore delle scene e dal contrasto cromatico dei costumi arricchiti dallo scintillio degli ori), gli abiti erano quasi gli stessi (quelli femminili bianchi e lunghi fino ai piedi si differenziavano solo in un particolare: avevano il taglio sotto il petto in Juditha e in vita in Attila, quelli maschili erano verdi in Juditha e azzurri in Attila e i pantaloni alla araba/turca dei maschi avevano il cavallo bassissimo in Attila e più alto in Juditha (poi cosa c’entrano gli Arabi o i Turchi con gli Unni? Forse perché le tribù guida degli Unni erano di lingua turca?), le scimitarre erano le stesse (e le abbiamo ritrovate anche nei Lombardi), i movimenti dei figuranti con le suddette armi uguali, l’uso della scala centrale e dei piani laterali sovrastanti uguali, con gli stessi “scimitarratori” sui piani alti laterali. Anche la morte dei due protagonisti avviene allo stesso modo: il taglio del collo con la scimitarra. A meno che il tutto non sia stato intenzionale, vista l’affinità delle due storie. Registicamente azzeccata la scena della morte di Holofernes: disteso sulla scala con la testa appoggiata sullo scalino superiore, al momento del taglio del collo, scivola nel gradino di sotto rendendo il capo invisibile al pubblico.

Accontentiamoci, visto che l’allestimento è luminoso, classico, pulito, chiaro, anche se non differenziato e quindi poco funzionale alla comprensione dell’azione drammatica, che fortunatamente già conosciamo, ma almeno sul piano vocale avremmo gradito una maggior efficienza da parte del protagonista delle due opere, Nmon Ford, il quale ci ha pienamente soddisfatto in Juditha, ma ci ha profondamente delusi in Attila, come era successo l’anno scorso per Don Giovanni. Come può il baritono cantare il pomeriggio Juditha e la sera stessa Attila? Non solo per il tour de force, ma anche e soprattutto per il differente registro dei due ruoli: baritono il primo, basso il secondo. Va bene che Ford appaga l’occhio con la sua bellezza statuaria e il magnetismo di un corpo palestrato, ma per Attila ci vuole la voce di basso, lo scavo della parola scenica, la giusta intonazione, cose che lui non ha, la sua è una grande voce di baritono che esplode in zona acuta con suono pieno e tenuto a lungo, ma nei gravi c’è carenza di materiale. Si afferma invece per autorevolezza scenica, bel corpo vocale e nobiltà d’accento Claudio Sgura nel ruolo del generale romano Ezio e anche Maria Agresta, nel ruolo di Odabella, si mette in luce per la varietà dei colori e potenza vocale; buona la prova vocale di Giuseppe Gipali (Foresto), di Enrico Cossutta (Uldino) e di Alberto Rota (Papa Leone).

Tornando al baritono panamense Nmon Ford, dobbiamo riconoscergli un grande carisma nel ruolo di Holofernes (ha sostituito il controtenore siriano Razek Francois Bitar), che gli calza alla perfezione: vocalmente si destreggia ottimamente nella coloratura della scrittura musicale del personaggio, scenicamente è estremamente a suo agio nell’atmosfera di piccante erotismo e nelle scene osées ideate dal regista, si muove come una pantera con quel corpo di cioccolata modellato (seminudo - WOW!!!), per stimolare i pensieri erotici di Juditha e non solo. Tutto il cast era abilitato a eseguire le invenzioni sonore e le architetture musicali barocche atte a crear la “maraviglia”. Juditha era interpretata dalla voce morbida del mezzosoprano Milijana Nikolic (fisicamente esuberante). Splendida nella parte dell’eunuco Vagaus, Giacinta Nicotra ha esibito una vocalità sopranile agile e sicura in ogni registro. Buone anche le prestazioni del soprano Davinia Rodríguez (Abra) e del contralto Alessandra Visentin (Ozias). Riccardo Frizza, alla guida dell’orchestra regionale delle Marche, è passato con facilità e precisione dallo stile barocco della Juditha triumphans di Antonio Vivaldi ai ritmi verdiani di Attila e il coro Bellini, preparato da David Crescenzi, ha dato prova di grande professionalità. Delle tre opere di Pizzi ho perso Faust causa pioggia, mi è piaciuta I Lombardi e non mi è piaciuta La Forza.

Monday, September 28, 2009

Madama Butterfly- Sferisterio Opera Festival, Macerata


Foto: Raffaella Angeletti (Cio Cio San), Massimiliano Pisapia (Pinkerton)
Credito: Alfredo Tabocchini

Giosetta Guerra

Per Butterfly Pier Luigi Pizzi (regia, scene e costumi) piazza al centro del palcoscenico dell'Arena un'elegante casetta bianca con vetrages scorrevoli, circondata da una fence e un unico alberello fiorito in un lato del giardino che viene poi arricchito con vasi di giunchiglie per il matrimonio. Sfilate di persone lungo il palcoscenico (marinai in divisa bianca, giapponesine con magnifici chimoni di raso color pastello) e la distribuzione del coro ai due lati della casetta ampliano la visione e creano magnifiche scene d’insieme, tipiche di Pizzi, nel contempo fanno da contraltare all’intimità della vita privata di Cio-Cio-San e della sua fedele Suzuki, entrambe con la faccia dipinta di bianco, che si svolge prevalentemente davanti alla casa, dove sono delle sedie per le scene di conversazione. L'allestimento vede una trasposizione agli anni 1920, ben indentificabile in particolare per la componente occidentale. Gli uomini americani fumano tutti. In palcoscenico i movimenti sono dosati e lenti, le due donne si muovono a piccoli passettini; nel duetto della prima notte d’amore le movenze dei due amanti che entrano in casa, impalpabili come le ali di una farfalla, quasi un rallenty, e il graduale abbassarsi delle luci conferiscono alla scena un alone di alto romanticismo. Fantastica l’idea di far eseguire il coro a bocca chiusa in modo totalmente nuovo: i coristi col capo coperto di un velo cantano sfilando lentamente in fila indiana da un lato all’altro in fondo al palcoscenico, accarezzato da una poetica mezza luce, che illumina l’interno della casetta; niente staticità, quindi, come siamo abituati a vedere, e in più in questa scena c’è anche un balletto. Coreografia di Roberto Pizzuto, disegno luci di Sergio Rossi. La scena molto forte del finale dell’opera vuol proprio lasciare il segno: Cio-Cio-San fa carachiri di spalle e, siccome il carachiri è permesso solo agli uomini e non alle donne, che devono invece trafiggersi al collo, Suzuki toglie la lama di mano a Cio-Cio-San e le trapassa il collo: raccapricciante ma realistico, non si era visto mai. Daniele Callegari debutta nella direzione di Madama Butterfly; sotto la sua guida la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche esegue con grande sensibilità una partitura di grandissimo spessore sinfonico dove Puccini elabora una tavolozza di colori ineguagliabile appartenente più al repertorio sinfonico che lirico e fa emergere i sentimenti ed i colori estremamente importanti per la resa della tinta pucciniana (magia e delicatezza per i momenti d’amore e di speranza, fili di seta per il coro a bocca chiusa, funeree e cupe sensazioni all’arrivo di Kate). Molto bravo e partecipe è il coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, diretto da David Crescenzi. Raffaella Angeletti (Cio-Cio-San in bianco) è un’interprete di prestigio: soprano dotato di bel corpo vocale e di spessore, ha un corretto modo di porgere, è capace di ammorbidire il canto e di usare la messa di voce con filati che si ingrandiscono e si riempiono d’intensità espandendosi nell’acuto; il suono corre in arena anche nel canto a mezza voce, dolcissima è la linea di canto, sostenuta da un’orchestra sensibilissima. Nella pagina solistica “Un bel dì vedremo” fa un bell’attacco con un fil di voce, lo spessore nel registro grave è buono, ma i fiati non sono molto lunghi e gli acuti un po’ gridati. Anche nell’aria finale “Tu, tu piccolo iddio” dedicata al figlio la voce è troppo gridata. Brava interprete risulta Annunziata Vestri (Suzuki con un chimono rosa antico), un mezzosoprano dalla bella voce di colore scuro e pasta morbida. Il tenore Massimiliano Pisapia (Pinkerton vestito di bianco) ha un bel getto di voce, linea di canto pulita, canto in maschera, dizione chiara, bello squillo, voce luminosa ed estesa nello spiegamento dell’acuto, ma quando canta di forza la voce ondeggia (“Addio fiorito asil”). Alto, slanciato, distinto, Claudio Sgura, (Sharpless in abito grigio) è una bella figura, dotato di bella voce baritonale che si espande nell’acuto in modo deciso e luminoso, dipana con morbidezza una buona linea melodica, ma a volte il canto è un po’ chiuso. A completamento del cast: Thomas Morris (tenore vocalmente e scenicamente sciolto per Goro vestito di nero), Enrico Cossutta (Principe Yamadori), Enrico Iori (voce sonora per Lo Zio Bonzo arrabbiato), Antonio Maria Golini (Yakusidé), Matteo Ferrara (Il Commissario Imperiale), Alessandro Pucci (L'Ufficiale del Registro), Mirela Cisman (La Madre), Maria Elena Marinangeli (La Cugina), Roberta Carota (La Zia). Nino Batatunashvili (Kate Pinkerton). Uno spettacolo bello da vedere e da ascoltare, senza tante cianfrusaglie, dove domina Puccini.

VERSIÓN EN ESPAÑOL

Para Madama Butterfly, Pier Luigi Pizzi (dirección escénica, escenografía y vestuario) colocó una plaza en el centro del escenario de la Arena y una elegante casita blanca con vitrales corredizos y rodeada de una cerca un solo árbol a un lado del jardín que fue enriquecido con vasijas para el matrimonio. Filas de personas a lo largo de escenario, marineros en blanco, y japoneses con magníficos quimonos y la colocación del coro a los dos lados de la casita ampliaron la visión y crearon magnificas escenas en conjunto, típicas de Pizzi sin alterar la intimidad de la vida privada de Cio Cio San y de su fiel Suzuki, ambas con las caras pintadas de blanco. La realización escénica fue trasladada al año 1920, bien identificable en particular por su componente occidental. Los hombres americanos fumaban todos. En escena los movimientos fueron dosificados y lentos, las dos mujeres se movieron con pequeños pasos; en el dueto de la primera noche de amor el movimiento de los dos amantes que entran a la casa, impalpable como las alas de una mariposa y la gradual disminución de las luces confirieron a la escena un halo de alto romanticismo. Fantástica fue la idea de hacer ejecutar el coro a boca cerrada en modo totalmente nuevo. Con la cabeza cubierta por un velo los coristas cantaron desfilando lentamente en fila india de un lado al otro del escenario y una poética media luz iluminaba la casita, nada de estatismo, como estamos habituados a ver, y además en esta escena hubo un ballet. La coreografía fue de Roberto Pizzuto y el diseño de luces de Sergio Rossi. Daniele Callegari debutó en la dirección de Madama Buttefly, bajo su guía la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche ejecutó con gran sensibilidad una partitura de grande espesor sinfónico, en la cual Puccini elaboró una paleta de colores inigualable pertenecientes mas al repertorio sinfónico que lirico y que hace emerger los sentimientos y colores extremadamente importantes por realizar la tinta pucciniana (magia y delicadeza para los momentos de amor y de esperanza). Muy bien y muy participativo estuvo el coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, dirigido por David Crescenzi.
Raffaella Angeletti (Cio-Cio-San en blanco) es una intérprete de prestigio, soprano dotada de agradable cuerpo vocal y de espesor. Tiene un modo correcto de transmitir, y es capaz de suavizar el canto y utilizar la media voz con filados que se ensanchan y se intensifican expandiéndose en el agudo. Il sonido corrió por la arena también en el canto a media voz, dulce en la línea de canto, apoyada por una sensible orquesta. Buena interprete resultó Annunziata Vestri (Suzuki con quimono rosa antiguo) una mezzo soprano de bella voz de color oscuro y suave pasta. El tenor Massimiliano Pisapia (Pinkerton vestido de blanco) tuvo una buena proyección de voz, pulida línea de canto, clara dicción, buen squillo, voz luminosa y pareja en el despliegue del agudo. Alto, delgado, distingo Claudio Sgura, (Sharpless) posee una bella figura, dotado de una agraciada voz barítonal que se expande en el agudo de modo decidido y luminoso, extrae con suavidad una buena línea de canto melódica pero en momentos su canto fue un poco cerrado. Completaron el cast: Thomas Morris (Goro), Enrico Cossutta (Principe Yamadori), Enrico Iori (Bonzo), Antonio Maria Golini (Yakusidé), Matteo Ferrara (Il Commissario Imperiale), Alessandro Pucci (L'Ufficiale del Registro), Mirela Cisman (La Madre), Maria Elena Marinangeli (La Cugina), Roberta Carota (La Zia). Nino Batatunashvili (Kate Pinkerton).

Sunday, August 9, 2009

Giancarlo Del Monaco triunfa en el Maestranza de Sevilla con La fanciulla del West

Fotos: Teatro la Maestranza de Sevilla

David Cuesta

El Teatro Maestranza de Sevilla estrenó La fanciulla del West, ópera de Giacomo Puccini que contó con una espectacular puesta en escena de Giancarlo Del Monaco que cautivó a los espectadores desde el primer momento, y que supuso también un triunfo para el director musical Pedro Halffter y los cantantes Marco Berti / Fabio Armiliato, Janice Baird / Daniela Dessì y Claudio Sgura. No es tarea fácil desarrollar convincentemente la dramaturgia de la ópera menos representada de Puccini (en España se vio La fanciulla del West por última vez en 1984 en el Liceo), cuya acción transcurre en el Oeste, concretamente en la California de 1848, en plena fiebre del oro.

El director de escena, escenógrafo y figurinista de esta producción procedente de la Ópera de Roma, Giancarlo Del Monaco, ha desplegado toda su fantasía y su capacidad creativa para trasladar a los espectadores a un western hollywoodiense que es escrupulosamente respetuoso con la partitura. Los movimientos actorales son muy cinematográficos y la atmósfera plasmada en el escenario es "de película": partidas de póquer en la taberna que acaban en pelea, con rotura de botella incluida sobre la cabeza de algún vaquero; espectacular entrada de Minnie en al taberna; caballos; la diligencia; carteles que rezan "Wanted"; una preciosa tormenta de nieve que cae sobre la cabaña mientras tiene lugar la escena de amor de los protagonistas o la aparición Minnie, rifle en mano, para liberar a su amado de la horca.

Estas representaciones de La fanciulla del West han contado con un doble reparto en el que se alternaron las sopranos Janice Baird y Daniela Dessì (días 21, 24 y 26) en el papel de Minnie y los tenores Marco Berti y Fabio Armiliato y en el rol de Dick Johnson. La soprano estadounidense Janice Baird, delineó una Minnie sicológicamente valiente ante las adversidades y sensible ante el amor, y vocalmente muy adecuada a la tesitura que exige el personaje, con especial firmeza en la zona aguda. La artista ya había triunfado anteriormente en el Maestranza con Elektra y La valquiria. El tenor Marco Berti, en el papel de Dick Johnson, emocionó gratamente al público y recibió una gran ovación y bravos en los saludos finales de la representación. Evidenció potencia vocal en los momentos de mayor dramatismo y densidad orquestal, y sacó a relucir su belleza tímbrica y expresividad en la famosa aria 'Ch'ella mi creda'.

Aclamación del público, también, a la pareja formada por Fabio Armiliato y Daniela Dessì, protagonistas del otro reparto y quienes ya triunfaron anteriormente en el teatro sevillano con Manon Lescaut. Dessì es toda una experta en papeles puccinianos y su Minnie es de antología. Fabio Armiliato cantó con su elegancia habitual y conmovió al público con su versión del 'Ch'ella mi creda'. Éxito también del barítono Claudio Sgura, en el papel del sheriff Jack Rance, y del resto del reparto que, aunque en cometidos muy breves, fueron en general buenos actores y cantantes: Vicente Ombuena, Pavel Kudinov, Manel Esteve, Jon Plazaola, Radoslaw Wielgus, Manuel de Diego y Giovanna Lanza. En el foso, al frente de la Real Orquesta Sinfónica de Sevilla, triunfó Pedro Halffter, que fue ovacionado en los saludos finales. El director madrileño supo estar a la altura de una de las partituras más complejas de Puccini e imprimió ciertos aires straussianos en la ejecución de las dinámicas.