Monday, April 11, 2016

Wiener Orchestra Concert - Verein –Palazzo dei Congressi Arona, Italia

Foto:Ildiko Raimondi

Renzo Bellardone

Scommetto che tutti, almeno una volta nella vita, han guardato alla televisione il concerto di Capodanno dal Verein Music di Vienna. Non tutti invece hanno avuto la fortuna e l’occasione di vederli e sentirli dal vivo, magari proprio in quella sala tanto famosa ed ornata con i fiori della Riviera Ligure. Ebbene, qualcuno ha potuto assistere ad un concerto dal vivo della celebre orchestra, stando comodamente a casa, o quasi ! L’8 aprile l’orchestra era in Italia precisamente sulle sponde del Lago Maggiore ad Arona ospiti presso il Palazzo dei Congressi della Fondazione Salina.

WIENER ORCHESTRA  CONCERT - VEREIN –Palazzo dei Congressi Arona 9 aprile 2016 Musica 2016 –Fondazione Salina   Direttore-Alessandro Maria Carnelli. Voce Solista-Ildikò Raimondi. J.Strauss figlio -“Voci di Primavera”, W.A.Mozart-“Venite inginocchiatevi” da ‘Le Nozze di Figaro’, J.Doderer- Sub Rosa, Tre lieder, O:Respighi- “Il Tramonto” J.Brahms- Danze Ungheresi (13,14,15,20,21)

Sorridente e con gesto sicuro e ben definito, Alessandro Maria Carnelli il 9 aprile è salito sul podio del Palazzo dei Congressi di Arona, dove ha diretto la prestigiosa quanto celebre Orchestra Wiener Concert-Verein. Questa, dopo le prove in Vienna è qui  approdata per la prima tappa del tour 2016, grazie alla Fondazione Salina ed in particolare alla signora Maria Rosa Salina per il suo contributo possente alla musica e non solo sul Lago Maggiore.

Il programma è risultato variegato ed interessante ed iniziamo a  raccontare partendo dal bis  finale, che con un salto all’indietro ha brillantemente citato il ‘moderno’ Haydn prima con un filologico minuetto, a continuazione delle danze previste in programma ed a conclusione con l’ armonioso finale della  Sinfonia n. 83   ‘La poule’ che fa parte delle sei sinfonie “parigine”.

L’inizio del programma ha invece previsto il ben noto ‘Voci di primavera’ di Strauss figlio eseguito con delicata eleganza e ricercatezze timbriche. Dopo questo attacco,  il palco si è arricchito della partecipazione del noto soprano viennese Ildikò Raimondi, la quale con forte presenza scenica ha  proposto un’aria dalle ‘Nozze’ di Mozart, interpretata con piglio sicuro, chiaro  fraseggio e bei colori vividi.

In prima mondiale assoluta son poi stati eseguiti i tre Lieder firmati dall’eclettica, quanto produttiva compositrice austriaca Johanna Doderer, che  al suo attivo vanta composizioni per orchestra, musica da camera, opere, Lieder, canzoni per pianoforte oltre a diverse composizioni su commissione ed incisioni discografiche. Per quanto riguarda il mio piacere d’ascoltare musica, questo è stato certamente il momento che maggiormente mi ha coinvolto ed attratto, da buon curioso quale sono! Ascoltare il nuovo, quando poi è immediato e brillantemente reso, direi che è un assoluto godere dello spirito.

Carnelli è  grande conoscitore di  Shostakovich quanto fervente ricercatore e proponente di sonorità più vicine al nostro mondo ed al nostro essere;  anche con i piacevoli lieder della Doderer, ha saputo scavare, individuare e donare in completa intesa con l’Orchestra e la splendida voce della Raimondi; il soprano ha utilizzato lo strumento su vari piani tonali trasmettendo la descrittività della partitura, infiltrandosi nei meandri dei forti sentimenti inclusi.

Ha fatto poi seguito la cantata ‘Il Tramonto’ di Respighi dai toni dolcemente malinconici per concludere la parte ufficiale del concerto con il brio e la vivacità di alcune danze ungheresi di Brahms. La Musica vince sempre.

Sunday, April 10, 2016

Mozart - "Lucio Silla" - Opera Atelier e Tafelmusik Baroque Orchestra - Toronto

Foto:Bruce Zinger

Giuliana Dal Piaz

Su invito del direttore d'orchestra Marc Minkowski, avevano già firmato rispettivamente la regia teatrale e la coreografia dell'operaLucio Silla di Wolfgang Amadeus Mozart al Mozartwoche di Salisburgo nel 2013, al Festival di Salisburgo nel 2014 e infine al Teatro alla Scala nel 2015. Adesso Marshall Pynkoski e Jeannette Lajeunesse Zingg, fondatori e responsabili artistici di Opera Atelier,presentano la loro propria produzione a Toronto all'Elgin Theatre, dal 7 al 16 aprile, a conclusione della Stagione 2015-2016, la 30ª stagione d'opera barocca della prestigiosa istituzione canadese.  Con l'efficace collaborazione dello scenografo Gerard Gauci (scene e costumi) e della brava Michelle Ramsay alla direzione luci, la messa in scena di Opera Atelier è piaciuta molto al pubblico canadese: appare elegante, minuziosamente accurata, ed efficace dal punto di vista teatrale. Per la presentazione all'Elgin Theatre (costruito nel 1913 per spettacoli di vaudeville e proiezione di film muti), l'opera ha richiesto un'importante trasformazione della scenografia, inizialmente concepita da Antoine Fontaine per due palcoscenici molto grandi. Lo scenografo canadese Gauci ha quindi fatto ricorso ad una serie di velarî trompe-l'oeil, che si alternano sullo sfondo, dietro a una corta scalinata, per suggerire le differenti ambientazioni (il mausoleo, la casa di Silla, la prigione, il Foro romano/Campidoglio).Come si usava ai tempi di Mozart, e come già voluto da Antoine Fontaine per le edizioni europee, i personaggi sono in abiti del tardo settecento, inquadrati in una scenografia neoclassica. Solo i membri del coro si presentano qui in scena abbigliati in strani abiti monacali bianchi, atemporali (forse una questione di economia sui costumi?).  Misurata in complesso anche la gestualità dei personaggi, intesa a ricreare l'atmosfera drammatica d'epoca.   
Lucio Silla è una delle tre opere "milanesi" del Mozart adolescente, in quanto commissionata dal Regio Ducal Teatro di Milano (che solo pochi anni dopo, ricostruito, prendeva il nome di "Teatro alla Scala") per dare inizio alla stagione del Carnevale 1772 - allora il Carnevale aveva inizio immediatamente dopo Natale, e infatti la première dell'opera ebbe luogo il 26 dicembre. 
La storia ha poco a che fare con gli avvenimenti reali d'epoca romana: il dittatore Lucio Silla, ormai padrone di Roma, è innamorato - non ricambiato - della figlia di Caio Mario, Giunia, già sposata con Cecilio Metello, in esilio perché seguace di Mario. La sorella di Silla, Celia, è a sua volta innamorata di Cinna, che segretamente complotta contro il dittatore e favorisce il ritorno a Roma di Cecilio. 

In quest'opera, Silla viene rappresentato come un tirannello isterico e umorale piuttosto che come l'epico conquistatore delle schiere rivali, o - come egli stesso si definisce - salvatore della "pace romana". Preda di una violenta e incongrua passione amorosa, il suo voltafaccia finale dalla smania di potere alla deposizione della corona d'alloro e alla sua dichiarazione di eguaglianza con gli altri cittadini romani, manca di una qualsiasi coerenza storica ma serve egregiamente alle necessità sceniche dell' "opera seria" che il Regio Ducal Teatro di Milano chiedeva e Mozart intendeva creare. Sulla base del libretto originale di Giovanni de Gamerra, peraltro notevolmente rimaneggiato dal Metastasio, Mozart contemplò per i suoi personaggi l'uso di due soprani, due sopranisti e due tenori (Silla e il tribuno suo amico, Aufidio). Seguendo le indicazioni del Mº Minkowski, che, fin dall'edizione 2013 per la Settimana di Mozart a Salisburgo, ha voluto abbreviare e sveltire la partitura, è stata invece eliminata la parte di Aufidio, così come alcuni dei recitativi accompagnati. Ci troviamo quindi di fronte ad un cast praticamente tutto al femminile, con 4 soprani anche per le due parti (Cecilio Metello e Cinna) che si sarebbero forse giovate dell'uso di mezzo-soprani.  In effetti Peggy Kriha Dye, il soprano statunitense che aveva dato vita, in questa stessa Stagione di Opera Atelier, a un'ottima Armida, non mostra l'estensione vocale di cui ha bisogno Cecilio, il cui personaggio risulta qui in complesso piatto e poco convincente. Pur non disponendo neanche lei dell'ampiezza e della profondità di voce auspicabili, il soprano Inga Kalna (Cinna anche nelle precedenti edizioni dell'opera) raffigura discretamente bene l'ambiguo personaggio che complotta contro Silla e, sposo riluttante della di lui sorella Celia, appare molto più "amico" di Cecilio di quanto forse de Gamerra aveva immaginato. Il soprano canadese Mireille Asselin è una Celia vocalmente adeguata, e apporta al suo personaggio la vivacità e la malizia necessarie. Il soprano Meghan Lindsay ha un'estensione vocale insufficiente per il ruolo e le passioni di Giunia, soprattutto per chi ha apprezato a Milano la brava Marianne Brecassa nello stesso ruolo. Quanto all'unico tenore, il croato Kresimir Spicer - che già alla Scala aveva sostituito Rolando Villazón, indisposto, nel ruolo del protagonista Lucio Silla -, i suoi acuti rasentano spesso il grido e la sua interpretazione non è convincente, quando poi non risulta francamente sgradevole, come nei virtuosismi dell'aria finale, "Se al generoso ardire".
Ottima in cambio la prestazione di orchestra e coro della Tafelmusik Baroque Orchestra, entrambi diretti da David Fallis, e del corpo di ballo di Opera Atelier.

La Creación de Haydn en Turín.

Foto: Robin Johannsen

Renzo Bellardone

‘La Creación’ ya su titulo causa escalofríos por la amplitud evocativa que el propio termino incluye y al mismo tiempo expande. Basta advertir la extensión emotiva explicita en el momento del Génesis ‘en principio dios creo el cielo y la tierra’  para sentirse menos que un grano de arena, el cual junto a todos los demás se convierte en una playa, pero que al final solo queda ese ‘grano de arena’. Con su composición, Haydn intentó quizás delinear la lectura más laica, excluyendo el pecado original pero manteniendo ciertamente por arriba de todo la figura paterna y amorosa del creador,  que no siembra terror o amenaza con castigar, si no que expande su amor. Gracias a la airosa y casi mística conducción de la Orquesta del Teatro Regio de Antonello Manacorda, los momentos de luz y armoniosidad pastoral fueron muchos y con el intento de recordar algunos citaré: ‘Cuantas son tus obras dios’ y ‘La gloria permanecerá eterna’ que tocaron las cuerdas mas intimas, también la de los no creyentes. De Manacorda se apreciaron su expresiva y bien definida gestualidad y la escrupulosa atención a los detalles de la difícil partitura, que es también insidiosa. Las tres voces fueron de todo respeto.  Robin Johannsen expresó encomiable luminosidad y agilidad. Es una soprano que verdaderamente amerita ser escuchada ya que sabe transmitir sentimientos y emociones. Los dos intérpretes masculinos fueron Stephan Loges un bajo de buen color pulido y profundidad no tenebrosa que con la voz acoge y envuelve.  El tenor Juan Francisco Gatell debutó el papel y era palpable la atracción inmediata de la escritura que compenetró y transmitió con la voz unida al corazón sensible, de una interesante y segura vocalidad por la que obtuvo el premio ‘Aureliano Pertile 2015’ El Coro del Teatro Regio dirigido por Claudio Fenoglio resultó ser una vez más protagonista y un componente esencial. 

Una morena y una rubia: La verbena de la paloma con Solistas Ensamble, México

José Noé Mercado

Un verdadero éxito, ante el público que llenó la Sala Manuel M. Ponce del Palacio de Bellas Artes el pasado 18 de marzo, fue el que obtuvo la presentación de la zarzuela La verbena de la paloma o El boticario y las chulapas y los celos mal reprimidos de Tomás Bretón, ofrecida por el grupo Solistas Ensamble del Instituto Nacional de Bellas Artes.

Con esta apreciada pieza del llamado género chico (en rigor, sainete lírico en un acto), que dos días antes habían interpretado en el Auditorio de la Biblioteca Vasconcelos, Solistas Ensamble dio cierre a su Primera Temporada 2016.

Se trató de una función fecundada por el buen humor de la trama, por una camaradería escénica que demostró el grupo, y por una interpretación donairosa que si técnicamente podría tener máculas, en conjunto se transformó en una sucesión de escenas deliciosas hasta la carcajada.

El desenfado, el empeño de los participantes y la ausencia de poses y falsas pretensiones, fueron clave, tanto como el buen desempeño vocal de la mayoría de los protagonistas.

El tenor Ángel Ruz ofreció un canto lucidor y una interpretación jocosa del rabo verde Don Hilarión y fue bien arropado en la farsa por el Don Sebastián de Iván Juárez, el celoso Julián de Édgar Gil y la Seña Rita de Graciela Díaz Alatriste.

El atractivo visual femenino, no sólo para gozo de Don Hilarión, correspondió a la Susana de la soprano Violeta Dávalos y a la Casta de la mezzosoprano Itia Domínguez. Una morena y otra rubia, como presumen las coplas, hijas del pueblo de Madrid.

Dávalos en plenitud vocal, con la experiencia de conocer los secretos para incursionar con éxito en numerosos montajes de ópera, opereta y zarzuela. Itia con una presencia despampanante y salerosa, arrancando suspiros, con una voz bella y melodiosa, sin estridencias, de dulce timbrado. Ambas divirtiéndose en sus papeles del sainete.

Algunos otros solistas aportaron un contexto sólido para la fluidez y buen desarrollo de la trama, de la verbena. Ahí andaban el bajo Luis Rodarte, un tabernero y tahúr profesional donde los haya, el portero Mauricio Esquivel, el mozo —tan bailarín como Rodarte y Ricardo Galindo— de Óscar Velázquez, la Teresa, chula y vecina de Ángeles Arévalo, la chulapa de Grace Echauri, el chulapo de finos pasos y puro en mano de Mario Hoyos, entre otros personajes de farándula, además de los bailaores Ruth Chávez, Inés López, Lucía Méndez y Óscar Cruz.


Desde el piano participó Eric Fernández; en la guitarra flamenca Gerardo Matamoros, con una dirección musical invitada de José Luis Bustillos y una puesta en escena de Fernando Gómez Pintel, que si bien no detalló a cada uno de los personajes y los intérpretes tuvieron que poner de su cosecha para sacarlos adelante en su trazo y confección, propició el ambiente conjunto de verbena. No impidió la fiesta y su comicidad.

La Cenerentola en Turín, Italia

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Por primera vez en el podio del Regio, Speranza Scapucci de gesto seguro y elegante dirigió con tranquilidad y atención obteniendo una lectura fiel, vivaz y rica de agradables despuntes.  La idea escénica del joven Alessandro Talevi de ambientar la obra en un cine en la etapa de la posguerra  con el evidente deseo social de recuperación, de mostrarse y de escalar socialmente resultó simpática, gracias también a los ‘papeles cinematográficos’ confiados a los personajes de la ópera. Chiara Amarù consolidada como una optima interprete rossiniana, en esta Cenerentola expresó bravura con acentos luminosos, vivazmente brillantes. Loriana Castellano fue una buena intérprete del papel de Tisbe. Como Don Magnifico, Carlo Lepore logró conjugar su interpretación escénica  a su potente voz de releventa timbre que utilizó con sorprendente ductilidad.  El príncipe Ramiro tuvo en Antonino Siragusa un valido intérprete vivaz y brillante, y una agradable sorpresa fue el Alidoro de Roberto Tagliavini atento, mesurado y eficaz.  El deslumbrante Paolo Bordogna, una garantía en el papel de Dandini, obtuvo un buen consenso por su alegre y cautivante interpretación.  Más tarde pude escuchar de nuevo la obra con otro elenco, y puedo subrayar la eficacia de la simpática conducción de Scapucci. Respeto a los otros intérpretes no se puede más que estar contento despues de haber escuchado un elenco muy valido de jóvenes.  Don Magnifico tuvo en Marco Filippo Romano a un intérprete muy digno de voz robusta y agradable, modulada con sapiencia, además de una verve interpretativa.  Como Don Ramiro, Giorgio Miseri mostró un bello color y mantuvo segura y constante su línea de canto. Davide Bertolucci fue un buen Dandini, convenciendo con su vivacidad y su tono, y Simon Lim hizo un Alidoro potente y desenvuelto. En el papel principal Daniela Pini fue ‘elegantemente’ la Cenerentola ofreciendo una voz de preciosos colores ámbar y muy vivos, además de mostrarse a sus anchas sobre el escenario. Un reconocimiento al coro dirigido por Claudio Fenoglio. 

Wednesday, April 6, 2016

Der Rosenkavalier -Lyric Opera Chicago


Fotos: Cory Weaver

Ramón Jacques

Aunque Der Rosenkavalier  no es del todo desconocida, ya que es programada con regularidad por diversos teatros cada temporada, es sin duda una ópera que por sus exigencias musicales, artísticas y técnicas supone una prueba para la capacidad, el nivel y los recursos del teatro que la programa, como ahora es el caso de la Ópera Lirica de Chicago que la repuso esta temporada después de diez años de no hacerlo en su escenario. Un acierto fue contar con el admirable y refinado marco de Thierry Bosquet, proveniente de la Ópera de San Francisco, quien buscando darle autenticidad a la escena se inspiró para su creación en los bosquejos de los decorados y elegantes vestuarios del siglo 18 que el pintor austriaco Alfred Roller utilizó para el estreno de la ópera en Dresde en 1911. La iluminación de Duane Schuler fue decisiva para crear un grato efecto visual y hacer cada escena artísticamente atractiva. En su debut local, la directora de escena alemana Martina Weber buscó dar una narración tradicional a la trama con movimientos específicos y detallados de los artistas, y que jugando con la amargura, el dramatismo y la comedia, pero sin incurrir en excesos o exageraciones realizó un trabajo aceptable. La siempre confiable orquesta del teatro fue bien llevada por Edward Gardner cuya lectura fue balanceada con precisión y fluidez, extrayendo la abundancia orquestal de la partitura, dando espacio al desempeño y a la expresión de las voces. Por el señorío y la distinción escénica que mostró en escena, la soprano Amanda Majeski  fue una ideal Marschallin, que además se distinguió por su brillantez y tonalidad vocal. 
La mezzosoprano francesa Sophie Koch es una de las mejores intérpretes en la actualidad de Octavian, personaje que dotó de desenvoltura y aplomo así como de un oscuro y satinado color musical. Christina Landshamer  soprano que debutó en este teatro como Sophie, gustó por su timbre claro y resplandeciente pero sobre todo por la química romántica y la compenetración vocal que tuvo con el Octavian de Koch. El bajo Matthew Rose estuvo correcto en la parte vocal y en la escénico dando vida a un arrogante y vulgar Barón Ochs, aunque su joven apariencia física pareció no estar en sintonía con el papel que interpretaba. Del extenso elenco de solistas, merecen mención el tenor René Barbera, como el tenor italiano, así como Rodell Rosel y Megan Marino por sus intrigas como Valzacchi y Annina; y el experimentado barítono alemán Martin Gantner como Faninal. 

Fascinating and powerful: Iannis Xenakis’ Oristeïa at the Opéra de Rennes, France

Photo: Laurent Guizar

Suzanne Daumann

At the Opéra de Rennes, there is no fear of unusual works or partners or publics.  And so tonight we could attend an interpretation of Xenakis’ Oresteïa by the Atelier XXème of the local conservatory, along with the Choeur Prolatio and the Maitrise de Bretagne, and the baritone Dyonisios Sourbis, conducted by Sylvain Blassel. Students from the university Rennes 2 were filming the event, and so we found ourselves among a young crowd of enthusiasts. They had every right to be excited: the work is fascinating. The story has come to us from antique Greece and is sung in ancient Greek. Its hero is Orest, who finds himself involved in a sequence of violence and vengeance: in order to avenge his father, whom his mother had killed to avenge their daughter whom he had sacrificed to the Gods, he kills his mother and her lover, then finds himself pursued by the Erinyes, furious spirits that we easily identify as the manifestations of feelings of guilt. Goddess Athena then steps in and, proclaiming a kind of justice, based on the state and its laws, transforms the Erinyes into the benevolent Eumenides. It’s a timeless story, this fight between the spirit of vengeance and the voice of reason. Timeless is also Xenakis’ music, with its rhythm-based dramaturgy, intellectual, yet archaic and exciting, and its Sprechgesang. The interpreters were quite up to the challenge. The Atelier XXème under Sylvain Blassel were nuanced and just, as were the choirs Prolatio and the Maitrise de Bretagne. Baritone Dionysios Sourbis amazed with his two long interventions, when he passed effortlessly from his usual range to the most impressive falsetto. Un unusual musical event, that left us refreshed and surprised. Bravi tutti!


Tosca di Puccini - San Diego Opera

Foto: Cory Weaver

Ramón Jacques 

Un caso unico e aneddotico nel mondo operístico deve essere l’Opera di San Diego, collocata tra le dieci compagnie statunitensi più importanti, per presupposti, attività, tradizione e livello degli artisti che la frequentano (in accordo con la classificazione realizzata annualmente dall’associazione Opera America); che solo un giorno prima del suo 50esimo aniversario stava sull’orlo della sparizione, non per questioni economiche o artistiche, ma per decisioni burocratiche interne e interessi delle amministrazioni precedenti. Oggi la compagnia brilla rinnnovata e si  rafforza con la nomina del suo nuovo direttore: David Bennett che ha annunciato che a partir dal prossimo anno la stagione crescerà in quantità di titoli, incluse due opere da camera, genere mai programmato prima, come la realizzazione di concerti e recital, in un nuovo calendario di eventi che non si limiterà solo ai primi mesi di ogni anno. Parte del rinnovamento del teatro include la possibilità di importare nuove proposte di allestimenti scenici, come questo nuovo di Tosca, primo titolo della gestione Bennett, proveniente dalla Ft. Worth Opera, che curiosamente viene proposto in questa città, già che San Diego è uno dei pochi teatri del Nordamerica in grado di costruire in loco le scenografie. Per questo non è stata scelta la produzione di Jean Pierre Ponnelle che era stata vista in diverse occasioni in passato tutte le volte che il titolo veniva proposto. Con i disegni di Andrew Horn e i costumi di Andrew Marley, la proposta, meno spettacolare di quella di Ponnelle, ma efficace e legata al tempo e ai luoghi della trama romana, dava la sensazione di maggior spazio e funzionalità senza diminuire la sua estética visiva. I costumi erano eleganti e di buona fattura e l’uso delle luci adeguato. La regia di Lesley Koenig ha cercato una lettura facile e diretta, senza forzare sovraattuazioni e mettendo in risalto le interpretazioni vocali degli artisti, che erano sempre posti di fronte al pubblico. 
Nel suo debutto locale il soprano greco Alexia Voulgaridou ha dato una sensazione molto gradevole portando passione e temperamento al personaggio di Tosca, commovente e delicata, quando il ruolo lo richiedeva, ha dispiegato un canto omogeneo sicuro e molto musicale. Desiderabile che le decisioni future della compagnia non implichino riduzione di costi prescindendo da artisti con la carriera della Voulgaridou o tanti altri che sono passati da qui. Da parte sua il tenore gallese Gwyn Hughes Jones è piaciuto per il lato vocale con una voce lirica di bel colore. Ma la sua scarsa presenza scenica e rigidezza attoriale non hanno permesso una personificazione credibile di Cavaradossi. Al basso Greer Grimsley ben si adattano i ruoli del villano e come Scarpia non ha deluso nè come canto nè come attore. Infatti la scena del Te Deum è stata uno dei momenti più appassionanti della serata. Bene il Coro e la restante parte del cast. Il direttore italiano Massimo Zanetti, che aveva diretto Ballo in maschera e Requiem di Verdi, quando si era annunciata la chiusura della compagnia, torna per dirigere la Sinfonica di San Diego come atto simbolico per l’inizio della nuova gestione, dato che Zanetti tiene molta credibilità in questo repertorio e lo ha mostrato con mano sicura, con la quale ha impresso una adeguata dinámica e tempi alla sua lettura, inoltre il modo scrupoloso con cui ha diretto le voci. 

Captivant et tonique : L’Oresteïa de Iannis Xenakis à l’Opéra de Rennes, France

Foto: Laurent Guizard 

Suzanne Daumann

Décidément, à l’Opéra de Rennes, on n’a pas peur de s’ouvrir à des œuvres, des partenaires et des publics inhabituels. Ainsi ce soir, nous pouvons assister à une interprétation de l’Oresteïa de Xenakis par l’Atelier XXème du Conservatoire à Rayonnement Régional de Rennes, soutenu par la Maîtrise de Bretagne et le Chœur Prolatio, Rémi Durupt aux percussions solo, et le baryton Dyonisios Sourbis, dirigée par Sylvain Blassel. La soirée est filmée par des étudiants de Rennes 2 et par conséquent, nous nous trouvons parmi un public jeune et enthousiaste. Il y a de quoi : l’œuvre est fascinante, l’histoire nous vient de la Grèce antique, elle est chantée en grec ancien. Elle tourne autour du personnage d’Oreste, qui se trouve pris dans un engrenage de violence et vengeances. Pour venger son père que sa mère avait tué pour venger la mort de leur fille, il tue sa mère et son amant, puis se trouve poursuivi par les Erinyes, mauvais esprits, que nous identifions sans mal comme des manifestations d’une conscience coupable. C’est l’intervention de la déesse Athena, et une justice neutre et indépendante, basée sur la démocratie, qui va les transformer en esprits bienfaisants, les Euménides. Une histoire intemporelle, donc, la lutte contre la loi du plus fort et la voix de la raison. Intemporelle est la musique de Xenakis, à la dramaturgie basée sur le rythme, savante et excitante, avec son Sprechgesang archaïque. Les interprètes lui font amplement justice. Sylvain Blassel dirige l’Atelier XXème avec beaucoup de finesse, les chœurs, Prolatio et la Maîtrise de Bretagne sont formidables de justesse et énergie. Il faut admirer Dyonisios Sourbis, qui passe du falsetto aux graves en une même phrase, ainsi que Rémi Durupt aux percussions qui lui donne la réplique dans la longue scène de Cassandre. Un moment musical hors du commun en somme, dont on sort rafraîchi et surpris. 

Tuesday, April 5, 2016

Pelléas et Mélisande en Los Ángeles

Fotos: Mathew Imaging / LA Philharmonic

Ramón Jacques

En 1995 la Ópera de Los Ángeles presentó la enigmática ópera de Debussy, Pelléas et Mélisande en un ingenioso y moderno montaje de Peter Sellars quien situó la acción en una época actual, dentro de una casa de playa en Malibu, California. En aquella ocasión, Esa Pekka Salonen entonces titular de la Filarmónica de Los Ángeles (LA Philarmonic) dirigió a la orquesta desde el foso. Veintiún años después, ahora en calidad de director emérito de la orquesta, Salonen incluyó la obra como el espectáculo principal del festival de la orquesta “City of Lights” dedicado a la exploración e interpretación de obras de compositores franceses contemporáneos, de los cuales el director finlandés es un ferviente propulsor e intérprete. El resultado musical fue muy satisfactorio, con una Filarmónica de Los Angeles que bajo la mano de Salonen ejecutó su parte con brillante lirismo e intensidad, recreando la atmosfera de simbolismo, misterio y colorido impresionismo que se desprende de la rica orquestación. En la velada, se escuchó una agrupación homogénea en sus líneas, pero cuya fortaleza reside principalmente en su renovada sección de cuerdas. La ejecución fue fortalecida por un buen elenco de cantantes encabezado por el bajo-barítono Laurent Naouri quien dio vida a un enérgico, sonoro y emocionalmente conflictuado Golaud, personaje que conoce muy bien y que lo canta y lo frasea con claridad. 
La soprano Camilla Tilling personificó una delicada y sensible Mélisande que cantó con timbre platinado y armonioso; y el barítono Stéphan Degout demostró buenos recursos vocales como Pelléas pero como intérprete se vio inexpresivo y mecánico. Todo lo contrario fue la soprano Chloé Briot que aporto viveza y chispa en sus intervenciones como Yniold, con su voz ágil, transparente y reluciente. Un lujo fue contar con la presencia y la  aportación de dos legendarios como Willard White en el papel de Arkel y de Felicity Palmer como Geneviève. Aunque el concierto se realizó en versión semi-escenica encomendada a David Edwards, con la orquesta situada en el centro del escenario y los solistas sentados en las butacas traseras, desplazándose con movimientos lentos hacia el frente del escenario en sus intervenciones y de regreso, sin vestuarios y sin actuación, hace a uno preguntarse, sin obtener una respuesta ¿Qué es lo que se pretendió aportar al desarrollo de la trama o comunicar al público? Es encomiable que la Filarmónica de Los Ángeles, incluya en sus temporadas títulos operísticos, pero por experiencias pasadas queda claro que la sala de conciertos Walt Disney Hall no es apta para montajes escénicos, y por ello, en como este caso, sería mejor dejar que la música y el canto hablasen por sí solos. 

Sunday, April 3, 2016

Don Giovanni en el Teatro Regional de Rancagua Chile

Fotos: Teatro Regional de Rancagua Chile

Joel Poblete

Luego del memorable estreno en Latinoamérica del Platée de Rameau el año pasado, coproducido en alianza con Buenos Aires, el Teatro Regional de Rancagua, ciudad ubicada a poco más de una hora al sur de la capital de Chile, Santiago, sigue dando nuevos e importantes pasos en el género operístico para ese país. Su propuesta para este año contempla nuevos y prometedores desafíos: no sólo contarán con otro estreno de una obra barroca que permanece inédita en Chile -Las Indias galantes, también de Rameau, en junio- y una nueva producción para la hermosa Orfeo de Monteverdi a fines de septiembre, sino además acaban de iniciar la temporada chilena de ópera con el Don Giovanni, de Mozart, que luego de una gala privada el jueves 31 de marzo, tuvo su estreno oficial el viernes 01 de abril. 

En el apartado musical, la propuesta fue muy contundente. Bajo la batuta del argentino Marcelo Birman, el mismo que el año pasado dirigiera el debut de Platée, la Orquesta Clásica Nuevo Mundo cautivó con sus instrumentos preparados para sonar de la manera más parecida posible a como se supone que eran ejecutados en los tiempos de Mozart; con una lectura dinámica y vehemente, desde la obertura conducida con mayor agilidad de lo habitual en adelante, Birman sorprendió con algunas opciones de ritmo e intensidad, incluso extrayendo de la agrupación sonoridades que subrayan ecos del futuro musical, como en la intensidad y dramatismo de la escena entre Don Giovanni y el Comendador, que por momentos sonó hasta wagneriana. Y no se puede dejar de destacar el aporte de Manuel de Olaso en el fortepiano, acompañando los recitativos de los cantantes.

Atento tanto a los músicos como a lo que ocurría en escena, Birman también dejó una buena impresión con el equilibrio sonoro entre el foso orquestal y los cantantes, además de la apuesta en incluir ornamentos y variaciones vocales en las repeticiones de algunos números musicales, opción que en algunos momentos quizás no convenza del todo a algunos operáticos, por ejemplo, en el aria de Don Ottavio "Dalla sua pace". Tanto por estos criterios musicales como por las propuestas teatrales que se vieron sobre el escenario, estas funciones de Rancagua difícilmente se podrían calificar de rutinarias o convencionales.

Los roles solistas son interpretados por algunos de los mejores cantantes chilenos de la actualidad. El nivel general es sólido y convincente, tanto en la entrega vocal como en el despliegue actoral de los artistas, brillando especialmente el Don Giovanni de Patricio Sabaté, el Leporello de Ricardo Seguel y la Doña Elvira de la soprano Catalina Bertucci. Los dos primeros, ambos barítonos, ya se lucieron en los mismos roles la última vez que la obra se presentó en Chile, en el Teatro Municipal de Santiago en 2012, y ofrecen retratos muy logrados: mientras Sabaté es un efectivo Don Giovanni, tan seductor como audaz y desafiante, bien cantado, atento a las sutilezas y hábil al momento de resolver los fragmentos más exigentes -como la endiabladamente ligera "Fin ch'han dal vino" o el arduo desenlace de la ópera-, con su simpatía y sentido del humor Seguel conquista una vez más al público como el divertido criado, y proyecta muy bien su voz cada vez más robusta y atractiva. Por su parte, Bertucci, quien interpretara a Zerlina en el ya mencionado Don Giovanni santiaguino de 2012 y el año pasado, también en el Municipal de Santiago, fuera una excelente Anne Trulove en The Rake's Progress, fue ahora una espléndida Elvira, creíble en sus ambivalentes sentimientos hacia el protagonista y bellamente cantada, con estilo y expresividad.

También estuvieron muy bien el Masetto del barítono Javier Weibel y la Zerlina más desenvuelta y sexy de lo habitual encarnada por la soprano Marcela González Janvier, mientras el bajo barítono Sergio Gallardo, sin tener la voz estentórea y profunda que muchos asocian con el rol, de todos modos fue un efectivo Comendador, aunque en lo teatral su personaje apareció desdibujado, pero no por culpa del intérprete, sino de la propuesta escénica. A pesar de exhibir sus talentos y reconocidas habilidades vocales que les permitieron ofrecer algunos excelentes momentos, menos unanimidad podrían despertar el tenor Exequiel Sánchez como Don Ottavio y la soprano Patricia Cifuentes como Doña Anna (ambos dos de las figuras más inolvidables del Platée del año pasado en Rancagua): si bien en esta oportunidad su voz y emisión no parecieron totalmente idóneas para el rol, en lo estilístico él resolvió de manera notable los arduos ornamentos de su "Il mio tesoro" y trató de hacer lo mejor que pudo con un personaje que siempre cuesta hacer convincente o interesante para el espectador; por su parte, en su actuación Cifuentes estuvo bien en lo actoral pero aunque lució sus ya conocidas virtudes como cantante, no siempre convenció en la adecuación de su instrumento al personaje (como en el exigente "Or sai chi l'onore"). 

¿Y la puesta en escena? Adaptando un montaje que ya presentaron en el Teatro Avenida de Buenos Aires en 2014, está en manos de un equipo de artistas argentinos -escenografía, proyecciones y diseños virtuales de Diego Siliano, vestuario de Luciana Gutman e iluminación de Horacio Efron- encabezados por el reconocido director teatral Marcelo Lombardero, quien ya ha sido responsable de memorables y elogiados espectáculos líricos en Chile, incluyendo Tristán e Isolda, el estreno latinoamericano de Billy Budd de Britten y estrenos en Chile como El castillo de Barba Azul, Lady Macbeth de Mtsensk, Ariadna en Naxos y el año pasado The Rake's Progress.

Indudablemente lo escénico es uno de los puntos más llamativos de este Don Giovanni, y no dejó a nadie indiferente, al trasladar la historia del siglo XVII a nuestros días, incluyendo de manera inteligente y oportuna elementos que forman parte de la vida cotidiana, desde teléfonos móviles a otros dispositivos tecnológicos que permiten ingeniosas interacciones visuales que complementan lo que se ve en escena (por ejemplo, el clásico catálogo en el que el criado Leporello lleva el listado de mujeres que su patrón ha seducido en todo el mundo, ya no es un libro sino que se puede revisar en un iPad, y la lista en España incluye hasta a la actriz Rossy de Palma y la ya fallecida Duquesa de Alba). Lombardero ya ha triunfado en ocasiones anteriores alterando el marco histórico de las óperas que aborda, y considerando la universalidad del mito de Don Giovanni y los distintos temas y elementos que éste simboliza, en verdad la idea no es para nada descabellada, como ya lo han demostrado propuestas similares en los últimos años en distintos escenarios internacionales. 

Así como muchos aplaudieron con entusiasmo y hubo momentos en verdad geniales, habrá otros que no quedaran totalmente convencidos o no compartieran el consenso ante algunos elementos claramente provocadores de la puesta en escena, como por ejemplo las numerosas alusiones e insinuaciones sexuales (en particular el enfoque menos ingenuo y más abiertamente erótico del personaje de Zerlina) o la recurrente adicción a la cocaína de Don Giovanni y su criado. Hay que rescatar que a pesar de esos elementos y la actualización de la trama, en general Lombardero y su equipo respetan el sentido de la historia, pero igual hay ideas que no terminaron de cuajar, como el desafío entre el protagonista y el Comendador que originalmente debería transcurrir en un cementerio, o la forma en que se resuelve el enfrentamiento final entre ambos (incluyendo el desenlace de Don Giovanni); en ambos casos esas escenas, que deberían ser potentes y efectivas, no funcionaron del todo, ya sea porque se prestaban para lo humorístico o porque su fuerza dramática estaba atenuada y casi diluida. 

Más allá de esos detalles, Lombardero utilizó muy bien el espacio escénico al dividirlo en dos niveles, y buscó desarrollar la historia de manera ágil, aprovechando lo mejor posible los momentos que permitían mayor acción en el escenario, como las intervenciones del coro dirigido por Paula Torres, cuyos integrantes además de cantar muy bien se prestaron con soltura y convicción a los requerimientos teatrales e incluso en la interacción con los bailarines y actores que ejecutaron la acertada coreografía de Ignacio González Cano. 


Bach - Las Variaciones Goldberg‏ en Toronto

Foto: Tafelmusik Baroque Orchestra / Sian Richards
Giuliana Dal Piaz
Una preciosa ejecución al clavicémbalo de las Variaciones Goldberg de Johann Sebastian Bach fue presentada  por el artista francésBenjamin Alard el pasado jueves 31 de marzo en el Trinity-St.Paul's Centre de Toronto. Primer concierto de primavera en el programa 2015-2016 de la Tafelmusik Baroque Orchestra, y previamente presentado al público con una breve conferencia por la clavicembalista permanente de Tafelmusik Charlotte Nediger, está en cartelera hasta el domingo 3 de Abril. En un programa totalmente dedicado a Bach, precedieron las "Variaciones" la Allemande para flauta sola, Partita en La Menor BWV 1013, que mostró el talento del flautista canadiense Grégoire Jeay, y la Sonata en Do Menor para flauta, violín y contínuo "La Ofrenda Musical" BWV 1079, para el clavicémbalo de Benjamin Alard y el trío  violín, flauta y chelo, respectivamente a cargo de la mítica Jeanne Lamon, quien fuera Director musical de la Orquesta Tafelmusik por 33 años (1981-2014), del flautista Grégoire Jeay y de la óptima chelista canadiense de origen holandés, Christina Mahler. Bajo el título de Ofrenda Musical a Su Majestad el Rey de Prusia, la Sonata surge de un "tema", precisamente el tema real, que el mismo Rey Federico el Grande, apasionado flautista, había compuesto pidiendo luego a Bach que lo ejecutara en su presencia de manera improvisada. Bach se encontraba de visita en la Corte de Postdam donde trabajaba el mayor de sus hijos, Carl Phillip Emanuel, él también músico de valía. Así que Bach acepta el desafío, improvisa de manera perfecta y le promete además al Rey una elaboración sucesiva, que puntualmente realiza. Obligado a la "ofrenda" formalmente humilde de la pieza, se toma una pequeña revancha: utiliza el "tema real" en los cuatro movimientos de la Sonata, pero la compone siguiendo más el complejo estilo "futurista" de las músicas de su hijo Carl Phillip Emanuel, que el fácil estilo "galante" de moda en la Corte. La composición suena de hecho increíblemente moderna al oído del escucha de hoy, anticipando ritmos, fraseos musicales y colorituras más propias de obras del siglo 19º que del 18º (la Sonata es de 1747). Mucho sabemos o nos imaginamos acerca de las Variaciones Goldberg, empezando por el origen del nombre por el cual se conocen: llamadas en realidad por Bach sólo Clavier-Übung (Ejercicios en el clavicémbalo) para clave de dos teclados, sucesivamente definidas por el autor como variaciones "preparadas para el gozo anímico de los amantes de la música", y posiblemente inspiradas en los 30 Esercizirecién compuestos por Domenico Scarlatti, se dijo hubieran sido escritas por encargo del Embajador ruso en la Corte de Sajonia, von Keyserlingk, quien sufría de insomnio crónico, a fin de que el entonces apenas adolescente clavicembalista Johann Gottlieb Goldberg las tocara para conciliarle el sueño. A parte la escasa probabilidad de que una composición de este género sirviera para arrullar, los datos históricos probaron tratarse sólo de una leyenda. El nombre, sin embargo, quedó.  Si examinamos la obra a partir de la partitura, intencional y forzadamente concentrada en exactamente 32 páginas, sobre una línea básica de 32 notas, llama la atención el aspecto simétrico y numérico de su estructura: 30 variaciones más el Aria inicial y la repetición de la misma "Aria da capo" al final, con 10 grupos de 3 variaciones cadauno, la tercera de ellas siendo siempre un cánon, con una separación ideal en la 15ª variación, después de la cual los temas van repiténdose invertidos para las dos manos del concertista. La pieza es una obra maestra de técnica virtuosista pero también un increíble desafío estilístico y emocional para el intérprete, al que prácticamente se le deja la elección de la articulación y del "color" de las notas, mientras que el único dato propiamente pre-establecido por la partitura es el tono dominante en Sol mayor con sólo tres de las variaciones que pasan a utilizar el Sol menor.  Estudiada, desentrañada e interpretada por años por grandes virtuosos del teclado, esta obra sigue ofreciendo numerosas posibilidades de interpretación. La mayoría de nosotros las conoce, de hecho, en la adaptación para piano (instrumento que sin embargo no existía en tiempos de Bach), tanto en las famosísimas ejecuciones de Glenn Gould como en otras conocidas ediciones (András Schiff o Daniel Barenboim, en primer lugar), sin mencionar ciertas dudosas adaptaciones para guitarra o grupos de cuerdas. Esta fue la primera vez que me tocó escucharlas en una excelente ejecución filológica para clave y la sentí como una auténtica  revelación, porque el original de esta composición debía sonar exactamente así, con ese flujo casi ininterrumpido - vivaz, por momentos pensativo, por momentos incluso divertido (creo que Bach tuviera un enorme sentido del humor), más y más intenso y apremiante, hasta el fantásticoCanone Quodlibet, para luego amortiguarse en el Aria da capo - oleadas sucesivas de notas angulosas y algo metálicas, muy difíciles de reproducir por el sonido mucho más suave y "redondo" del pianoforte.  Buenísimo en sus impecables virtuosismos Benjamin Alard, que logró mantener intacta hasta el último istante la tensión de una obra que dura más de 80 minutos, en cierto sentido anunciando las largas sonatas para piano de época romántica.  Un exploit físico, además que emocional, no sólo para el intérprete sino también para el público de Tafelmusik, que enfrenta lasVariaciones tras cuarenta minutos abundantes de la primera parte del concierto.


Nabucco - Lyric Opera di Chicago

Foto: Cory Weaver

Ramón Jacques

Sebbene la grande storia dell’Opera Lirica di Chicago sia stata legata alla messa in scena delle opere del repertorio italiano, principalmente di Verdi, Nabucco continua ad essere qui un titolo poco conosciuto essendo stato allestito solo due volte, la première del 1963 e la produzione nella stagione 1997. In scena si è vista la rutilante produzione disegnata da Michel Yeargan, che è già da diversi anni in circolazione, vista nei teatri di Los Angeles, Houston e San Francisco, e che non sembra perdere vigore. Situata in un tempo indefinito, ma moderno, le iscrizioni alle pareti della scrittura cuneiforme e ebrea, suggerivano che la trama si svolgeva tra Gerusalemme e Babilonia Un luminoso palazzo blu minimalista, statue di bronzo, figure di cavalli sullo sfondo: e una larga scala che attraversa lo scenario da un lato all’altro con un trono nella parte superiore, sono alcune delle suggestive scene che regalava questo allestimento agli spettatori, senza dimenticare la variegata illuminazione in tonalità blu e rosse di Duane Schuler che hanno dato alla scena un tocco oscuro, lugubre, drammatico;  come i costumi rossi e neri di velluto Prima di questo, il debuttante regista Matthew Ozawa doveva concentrarsi affinchè la scena avesse fluidità e i personaggi fossero credibili e umani, cosa che non è riuscito ad effettuare del tutto incorrendo in alcuni momenti a scene statiche e pompose L’attenzione si è concentrata sul personaggio di Abigaille, personificato dal soprano Tatiana Serjan con una interpretazione preminente. Ha colpito la brillantezza della sua voce che contiene una ampia gamma di colori e la naturalezza con cui proietta e comunica, così come pure la sua travolgente attuazione. Il baritono Zeliko Lucic si è mostrato molto sicuro e risoluto nel ruolo principale, in ugual maniera di Elisabeth DeShong, mezzosoprano statunitense in carriera ascendente che ha mostrato buoni mezzi vocali e profondità nella sua voce. A sua volta è stato molto discreto il tenore Sergei Skorokhodov, poco in scena per mettere in evidenza il suo disimpegno vocale. Il basso Dmitry Belosselskiy ha dato una potente e solida voce a Zaccaria e poco di più. Completavano il cast gli artisti nei ruoli minori. Davanti all’orchestra Carlo Rizzi ha diretto con la sua ampia esperienza, in maniera pratica e con l’intenzione di far risaltare la drammaturgia contenuta nell’opera. Come in tutte le realizzazioni di Nabucco non deve sorprendere l’entusiasta e spontanea esplosione di giubilo da parte del pubblico dopo il “Va Pensiero” cantato qui da un coro solido e professionale.

Friday, April 1, 2016

Aída en Turín

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

Esta producción de Aída se manifestó a través de una dirección muy clásica de William Friedkin que aunque no tuvo saltos futurísticos, representó completamente la ópera apegándose a la idea de festejar la reinauguración del Museo Egipcio de Turín, considerado el más importante del mundo después del de Cairo. La ópera se disfrutó plenamente sobre todo por la música engañosa desde la obertura, pero que anunciaba un Verdi maravillosamente sinfónico, los dulces sonidos del harpa o de las flautas nos transportaron a un dulce mundo visionario y al mismo tiempo coherente con la observación de que aquel mundo desafortunadamente aun forma parte de este. La peculiaridad de la ópera alcanzó un aura hipnotizante gracias a la baqueta – osare decir mágica- de Gianandrea Noseda con la que nos secuestró por la belleza con la que habitualmente profundiza todo su ser, con la mirada hacia el infinito nota tras nota. Seguramente fue una confirmación mas para la dirección y la magnífica orquesta del Regio de Turín. Igualmente, el coro dirigido por Claudio Fenoglio alcanzó como siempre puntos más relucientes en una amalgama cubierta de preciosos e impetuosos colores. Un aplauso para los coristas de verdadero nivel. La Aida de Kristin Lewis reveló un tono sensiblemente sincero, rico de luces y tonalidades, agradable en los filados y seguro en los agudos. Amneris fue interpretada por Anita Rachevelishvili con voz rica de colores y un timbre relevante, fue hábil en los diversos registros que afrontó con seguridad y conmovedora interpretación. Marco Berti estuvo convincente como Radames, mientras fue avanzando la ópera y fue muy apreciado en el dueto final con Aida.  Amonasro encontró en Mark Doss un orgulloso y potente intérprete tanto por los colores como por su timbre. Giacomo Prestia fue un Ramfis perfectamente logrado como personaje gracias a una voz profunda y autoritaria con curvaturas poéticas y habilidad para comunicar sensaciones profundas. Una mención para In-Sung Sim, Dario Prola y Kate Fruchtermann. Muy pertinente y estilísticamente interesante estuvieron las coreografías de  Anna Maria Bruzzese.

La Pequeña zorra astuta en Turín



Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio  Torino

Renzo Bellardone


En el Regio de Turín inicio el ciclo Janáček con la presentación en estreno para esta ciudad de la fabula en música que cuenta la vicisitudes de la zorra Bystroušks, de su encuentro con el género humano, las humillaciones sufridas,  el encuentro con el amor, los éxitos, y el final, que con la persecución de la especie se llega a la ultima moral de la fabula: la vida continua.  Del punto de vista musical, no es fácil de escuchar inmediatamente y en ocasiones no resulta tampoco fácil, pero en otros momentos la música es particularmente delicada y fuertemente descriptiva como el zumbido de las moscas.  El montaje evidencia que hay unos costos, pero Robert Carsen ha sabido dispersar mucha poesía creando momentos atractivos.  La escena más espectacular resultó ser aquella con la tela blanca que simbolizaba el invierno que cubría las colinas y que gradualmente iba desapareciendo, justo como lo hace la nieve. La conducción de Jan Latham-Koenig resultó ser agradablemente atenta como también la del coro, y delicada fue la intervención de las voces infantiles. Las luces diseñadas por el propio Carsen con Peter Van Praet crearon una atmosfera de fabula, y sobresalieron los vestuarios de Gideon Davey, también diseñador de la escenografía. Por su parte, Philippe Giraudeau firmó las más envolventes coreografías y movimientos acrobáticos. Los intérpretes merecieron un aplauso por su buena interpretación colectiva y la lectura de una ardua escritura. La protagonista Lucie Silkenova además de haber dado prueba de su agilidad física demostró óptimas capacidades vocales afrontando un papel de grande empeño. Muy bellos fueron sus duetos Michaela Kapustová en el papel del zorro de quien Bystrouška se enamora y con quien forma una familia.  Interesante fue también el guardabosque interpretado con presencia y habilidad por Svatopluk Sem. Definitivamente estuvieron dentro de su papel todos los demás intérpretes.

Thursday, March 31, 2016

Tosca en la Ópera de San Diego

Foto: Cory Weaver

Ramón Jacques

Un caso único y anecdótico en el mundo operístico debe ser el de la Ópera de San Diego, situada entre las diez compañías estadounidenses más importantes, por presupuesto, activos, tradición y nivel de artistas que la visitaban (de acuerdo a la clasificación realizada anualmente por la asociación Opera América); que tan solo unos días antes de su 50 aniversario estuvo al borde de la desaparición, no por cuestiones económicas o artísticas, si no por decisiones burocráticas internas e intereses de la administración anterior. Hoy la compañía luce renovada y se fortalece con el nombramiento de su nuevo director: David Bennett, quien ha anunciado que a partir del próximo año la temporada crecerá en cantidad de títulos, incluidas dos operas de cámara, genero que nunca fue programo anteriormente, además de la realización de conciertos y recitales, y un nuevo calendario de funciones, que no se limitará solo a los primeros meses de cada año. Parte de la renovación del teatro incluye la posibilidad de importar nuevas propuestas escénicas, como este nuevo montaje de Tosca, primer título de la gestión de Bennett, proveniente de la Ft. Worth Opera, que curiosamente fue hecho en esta ciudad ya que San Diego es uno de los pocos teatros en Norteamérica que cuenta con una fabrica para construir escenografías. Para ello, se prescindió de la producción de Jean Pierre Ponnelle, que había sido visto en diversas ocasiones en el pasado cada vez que se reponía este título. Con diseños de Andrew Horn y vestuarios de Andrew Marley, la propuesta es quizás menos espectacular que la de Ponnelle, pero es efectiva y apegada al tiempo y a los lugares donde transcurre la trama en Roma, dando la sensación de mayor espacio y funcionalidad, sin mengua de su estética visual. Los vestuarios eran elegantes y de buena confección y el uso de la iluminación fue adecuado. La directora escénica Lesley Koenig buscó dar una lectura fácil y directa, sin forzar la sobreactuación y resaltando la interpretación vocal de los artistas, que se ubicaron siempre de frente al público. 
En su debut local, la soprano griega Alexia Voulgaridou dejó una muy grata sensación aportando pasión y temperamento al personaje de Tosca, conmovedora y delicada, cuando el papel se lo requirió, desplegó un canto homogéneo, seguro y muy musical. Ojalá que las decisiones futuras de la compañía no impliquen reducir costos prescindiendo de artistas con la trayectoria de Voulgaridou o tantos otros que han pasado por aquí. Por su parte el tenor galés Gwyn Hughes Jones agradó por el lado vocal ya que posee una voz lirica de grato color. Sin embargo su poca presencia escénica y rigidez actoral no logró redondear su personificación de Cavaradossi. Al bajo barítono Greer Grimsley le quedan bien los papeles de villano y como Scarpia no defraudó en su canto ni en su actuación. De hecho, la escena del Te deum fue uno de los momentos más apasionantes de la función. Bien por el coro, y por el resto de cantantes del elenco. El director italiano Massimo Zanetti, quien condujo Ballo in Maschera y Réquiem de Verdi cuando se anunció el cierre de la compañía, vuelve para dirigir a la Sinfónica de San Diego quizás como un acto simbólico por el inicio de una nueva gestión, lo cierto es que Zanetti tiene mucho oficio en este repertorio y lo demostró con su mano segura, con la que imprimió una adecuada dinámica y tiempos a su lectura, además de notarse la manera escrupulosa con la que cuidó a las voces